Murubutu, il prof di storia e filosofia inventore del “letteraturap”

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Alessio Mariani, in arte Murubutu, insegna storia e filosofia in un liceo di Reggio Emilia ma è a molti noto come rapper. Il suo è stato definito un “letteraturap”, un rap di ispirazione letteraria, “didattico”, unico nel suo genere. Lo si capisce dal principio ascoltando le sue tracce in cui si ravvisano gli echi di una formazione colta.

In un panorama dominato dalla “medietà” linguistica i testi rap di Murubutu ci ricordano quanto melodica sia la nostra lingua: assonanze, consonanze, chiasmi e rime si incastrano in melodie trascinanti destando un po’ quello stimolo, spesso sopito, che ci rende amanti del bello.

L’architettura armonica dei testi si intreccia col desiderio di raccontare storie cariche di significato, storie di vita quotidiana segnate da note amare che trovano la loro risoluzione nel ritmo, storie che educano a vedere ciò che ogni giorno si vede, storie di uomini d’altri tempi che sono poi gli stessi di oggi.

Grande attenzione viene posta a vicende di drammi familiari o di disabilità, come in Grecale dove viene narrata la storia di una ballerina cieca che cerca di superare i suoi limiti e le critiche. Suo compagno di viaggio sarà il vento, che le sussurrerà parole di conforto, che la accompagnerà nei suoi avvitamenti, nelle sue fatiche, lei che danzerà nella sala “fino a distruggersi”, lei che danzerà “fino a lasciare il pubblico muto” sognando di esibirsi un giorno sul palco della Scala; o in altro capolavoro come Marco gioca sott’acqua dove il protagonista prova ad afferrare “parole che si librano in volo”, parole che sfuggono incapace lui di udirle, lui che era “ancora piccolo quando il mondo restava zitto” chiuso nella sua isola aldilà della quale la madre piangeva e il padre non era capace di accettare il suo gesticolare. Quella di Marco fu un’isola per molto tempo fin quando non conobbe in Benedetta una nuova isola simile per molti versi alla sua.

Il rap è forse quel genere musicale che più può avvicinarsi alla poesia, per aspetti quali i versi e il ritmo. In Murubutu essi si dispiegano in modo armonico, a creare strutture sintattiche calibrate.
Il lessico utilizzato è ricercato, ogni cosa è nominata con un suo nome specifico, così in Paradiso Perduto (con la collaborazione di Kyodo) gli alberi non sono alberi ma “tigli”, e non si parla di nuvole ma di “danza dei cirri”, e in Mara e il Maestrale i due non si sposano ma “un mese dopo si baciavano nella basilica di San Gaudenzio”.

La lingua diventa bisturi che scostando il velo dell’omogeneizzazione linguistica ritaglia con classe il suo legittimo posto nel panorama artistico.

Nel contesto linguistico – letterario attuale possiamo individuare soprattutto due fulcri, l’uno rappresentato da un italiano dell’uso di cui si usufruisce volontariamente e ne si predilige la comunicatività, l’altro è quello della mediocrità legata a una carenza di mezzi tecnici e di studi da parte degli autori. Ciò è stato anche attribuito agli influssi della mercificazione postmodernista più attenta alle storie e ai contenuti che al merito stilistico.

Una storia accattivante raccontata in maniera rapida e senza fronzoli riesce oggi a catturare più ascoltatori ma l’orecchiabilità tanto inseguita può spesso risultare vuota come quei ritornelli di fiamma che si spengono ai primi scrosci autunnali.

Guardando alla storia della canzone italiana si può vedere come essa abbia attraversato diverse fasi. Il ventennio 1966-1977, per quanto suddiviso in vari filoni e che si lega anche alle influenze rivoluzionarie del ’68, può definirsi quello della cosiddetta canzone d’autore. Verso il finire di quegli anni avviene un avvicinamento dell’italiano della canzone a quello della lingua parlata, a quel grado zero attorno al quale tanta musica è poi ruotata anche in seguito. Dagli anni ’80 in poi affiorano soluzioni sperimentali nuove che si richiamano a cantautori quali Battiato e De Andrè.
Gi ultimi anni sono stati poi caratterizzati da una varietà difficilmente definibile ma con notevoli affondi in stesure più elaborate.

Murubutu si richiama alla tradizione più colta e la sua è una grande lezione, non solo di stile ma di agire.

La musica di Murubutu ci emoziona, è un dono che lui ci porge in una forma comprensibile. La complessità stilistica e concettuale dei testi diviene così fluida e ci rende partecipi del miracolo della lingua, di quella lingua che tanto maltrattiamo e che si piega ai nostri errori ma che è pur sempre la nostra.

Adriano Ficili

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